Ecco le risposte. Obiezioni? – Il caso Sme

Gianni Barbacetto

Diario: Anno VIII – numero 32/33 – 29 Agosto/4 Settembre 2003

Le domande dell’Economist.
1. Come concilia le Sue dichiarazioni spontanee del 5 maggio 2003 con la nostra ricostruzione dei fatti circa la mancata vendita da parte dell’Iri della Sme alla Buitoni nel 1985?
2. Il signor Fimiani, alle cui testimonianze orali e documentali Lei fa riferimento nelle sue dichiarazioni spontanee, è una fonte attendibile?
3. È a conoscenza del fatto che Fimiani venne condannato a Salerno il 12 novembre 1993 per una grave bancarotta?
4. È a conoscenza del fatto che il tribunale penale di Salerno nel novembre 1993 stabilì che Fimiani aveva «pesantissime responsabilità» nel fallimento della Cofima?
5. È a conoscenza del fatto che il 13 giugno 1995 Fimiani sporse denuncia contro ignoti per abuso d’ufficio? (Sostenne che il fallimento della Cofima era stato causato dalla volontà di eliminare la sua azienda perché egli aveva intralciato la vendita della Sme alla Buitoni da parte dell’Iri nel 1985).
6. È a conscenza del fatto che i magistrati indagarono sulla denuncia di Fimiani e che nel marzo 1997 un giudice preliminare chiuse le indagini perché il “j’accuse” di Fimiani era senza fondamento?
7. Fimiani nel 1985 fece l’offerta Sme per Suo conto?
8. Perché Lei meriterebbe una medaglia d’oro?

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L’Economist dedica una parte consistente del suo servizio al caso Sme, la mancata vendita nel 1985 a Carlo De Benedetti, che già possedeva la Buitoni, dell’azienda alimentare pubblica controllata dall’Iri. La cessione per 497 miliardi di lire, già concordata con Romano Prodi, allora presidente dell’Iri, fu bloccata dall’intervento di Bettino Craxi, allora presidente del Consiglio, che chiese all’amico Berlusconi d’intervenire. Subito si misero in moto cordate alternative (la Iar messa velocemente insieme da Berlusconi, che convocò in un ristorante di Broni gli imprenditori Pietro Barilla e Michele Ferrero) e strani personaggi (l’avvocato Italo Scalera, l’imprenditore Giovanni Fimiani).

Nessuno, in realtà, voleva comprare davvero la Sme, con i suoi prestigiosi marchi (Cirio, Bertolli, De Rica…): l’obiettivo era quello di bloccare la prima privatizzazione italiana, che avrebbe indebolito il potere dei partiti, e di fermare De Benedetti, considerato da Craxi un avversario.

L’operazione riuscì. Dopo la miracolosa apparizione di cordate alternative e il blocco della vendita, De Benedetti aprì una vertenza giudiziaria per far valere gli impegni già stipulati. Ma le sentenze, alla fine, gli diedero torto: perché furono comprate, secondo le accuse della procura milanese, che da molti anni sta cercando – invano – di portare a termine il processo con imputati i giudici che avrebbero venduto le loro sentenze (Filippo Verde, Renato Squillante), gli intermediari che li avrebbero pagati (gli avvocati Cesare Previti e Attilio Pacifico) e il loro presunto mandante (Silvio Berlusconi).

Il presidente del Consiglio, imputato di corruzione in atti giudiziari, si è rifiutato di rispondere alle domande dei giudici. Si è presentato però in tribunale e ha ottenuto di fare (il 5 maggio e il 17 giugno 2003) «dichiarazioni spontanee»: due lunghi show, monologhi in cui ha ricostruito la sua versione dei fatti, ha gettato fango su Romano Prodi, ha infine chiesto «una medaglia» per aver impedito la svendita sottocosto della Sme.

Ora il processo è finalmente giunto alle fasi finali e si riaprirà a settembre: per tutti tranne che per Berlusconi che, come è noto, è diventato improcessabile grazie a una legge (il cosiddetto «lodo Maccanico») che garantisce l’immunità assoluta al presidente del Consiglio e ad altre quattro alte cariche dello Stato.

L’Economist nella sua accurata ricostruzione dei fatti si dilunga sulla figura e gli interventi di un imprenditore citato da Berlusconi nel suo monologo del 5 maggio davanti al tribunale: Giovanni Fimiani, titolare della Cofima (Compagnia Finanziaria Mercato Alimentari), che – come Scalera e come la Iar – aveva presentato all’Iri un’offerta più alta di quella di De Benedetti.

Le risposte di Berlusconi.

• Versione 1: ero interessato alla Sme. Il 30 ottobre 1985, interrogato come testimone dal magistrato Luciano Infelisi, che per primo ha indagato sulla vicenda Sme, Berlusconi racconta di aver costituito una cordata d’imprenditori perché voleva acquisire le aziende alimentari pubbliche.

• Versione 2: non ero interessato alla Sme. Il 5 maggio 2003, nelle sue «dichiarazioni spontanee» davanti al tribunale di Milano, Berlusconi dichiara (smentendo ciò che aveva detto nel 1985) di non aver mai avuto intenzione d’acquistare la Sme, ma di essere intervenuto nella trattativa soltanto perché glielo aveva chiesto Craxi, il quale voleva a tutti i costi bloccare De Benedetti. Dopo aver chiesto una medaglia per esserci riuscito, Berlusconi infila nel suo monologo una serie di errori: sostiene di aver avuto, all’epoca dei fatti, un «conto aperto con De Benedetti, che mi attaccava ogni giorno dai suoi giornali» – ma De Benedetti è diventato azionista di riferimento di Repubblica solo molti anni dopo; cita Giovanni Tamburino, toga di Magistratura democratica, che gli ha dato ragione in Cassazione – ma Tamburino non è mai stato di Magistratura democratica, non è mai stato in Cassazione, non ha mai giudicato il caso Sme; chiede che il tribunale acquisisca alcune lettere di Craxi all’allora ministro delle Partecipazioni statali Clelio Darida – ma queste sono già agli atti da anni. Poi attacca Prodi, parlando non ai giudici, ma ai media: non gli interessa convincere il tribunale di essere innocente, ma gli elettori che anche il suo avversario non è uno stinco di santo.

Nel secondo monologo, quello del 17 giugno, ripete cose già ben note, per esempio, ai lettori di Panorama o del Giornale: la testimone Stefania Ariosto sarebbe mitomane e falsa; l’intercettazione del colloquio tra giudici al bar Mandara di Roma sarebbe manipolata; nel «fascicolo virtuale» segreto numero 9520 della procura di Milano sarebbero nascosti documenti essenziali per la sua difesa… Non una spiegazione sui piccioli, come li chiama il pubblico ministero Ilda Boccassini, sui soldi usciti a miliardi dai conti Fininvest, passati agli avvocati e finiti sui conti dei giudici romani.

Una sola ammissione, forse sfuggita nella foga: la Fininvest aveva conti all’estero (prima sempre negati) «perché comperavamo film in tutto il mondo». Ma come mai anche Previti viene pagato dai conti esteri, come fosse un film straniero o un serial americano? «Era uno dei cento avvocati del nostro gruppo», minimizza, ingeneroso, l’amico Silvio. E i pagamenti Fininvest erano anticipi di parcelle: non è colpa nostra, fa capire Berlusconi, se poi Previti li faceva arrivare – chissà perché – sui conti di Attilio Pacifico, «che aveva un ufficio di import-export di denaro»…

In definitiva Berlusconi, abituato al fai-da-te, invece di spiegare, si loda, si giudica e si assolve: «Non ho trovato nulla, non c’è nulla, non una prova, un indizio. Non c’è neppure il movente». E poi figurarsi – dice Berlusconi allargandosi un po’ – se mai avrei fatto operazioni illecite lasciando la firma, i segni della provenienza dei soldi… «Mi sarebbe bastato prenderli dalla mia tasca…».

Signor presidente del Consiglio, sulla base della nostra ricostruzione dei fatti, queste sono le risposte alle domande sul caso Sme.

Le prove della corruzione, a differenza di quanto affermato nelle «dichiarazioni spontanee», ci sono: i movimenti di soldi dai conti Fininvest a quelli degli intermediari, fino a quelli dei giudici romani. Anche il movente c’è: bloccare la vendita della Sme a De Benedetti, come chiestole da Craxi nel 1985 e da Lei ammesso. Per Lei, era la proposta che non si può rifiutare, l’occasione di restituire un favore: pochi mesi prima, nell’autunno 1984, Craxi era intervenuto, con uno strumento di legge passato alla storia come «decreto Berlusconi», per riaccendere le tre reti Fininvest oscurate il 16 ottobre 1984 dai pretori di Roma, Torino e Pescara, i quali applicavano la legge vigente secondo cui era illegittimo per un privato trasmettere su tutto il territorio nazionale. Lei comincia a intromettersi nel caso Sme poco prima che il decreto confezionato su misura per Lei da Craxi diventi, nel 1985, legge dello Stato.

Quanto a Giovanni Fimiani (domande 2,3,4,5,6,7), è facile pensare che si inserì nella compravendita Sme, allora, su richiesta di Previti, come fece anche l’avvocato Italo Scalera, che di Previti era stato compagno di scuola. Quello che ci sembra strano, è che sia stato citato e valorizzato da Lei ora, nei suoi monologhi davanti al tribunale: oggi chiunque operi nel settore sa che Fimiani è un bancarottiere e che cerca – inutilmente – di salvarsi, addebitando il crac non ai suoi errori, ma a un complotto ai suoi danni, al ruolo – peraltro marginale – avuto nella vicenda Sme. Condannato nel 1993 per il fallimento della sua azienda, nel 1999 è già stato protagonista di un attacco a Prodi amplificato dal quotidiano britannico Daily Telegraph e poi rivelatosi fango, una manovra senza fondamento. Possibile che i Suoi avvocati, i Suoi consiglieri non Le abbiano detto niente?

E la medaglia (domanda 8) per aver impedito una svendita sottocosto? Non era il prezzo della Sme a interessare Lei, né Craxi. Il risultato di quell’intervento del 1985, in realtà, fu il blocco delle privatizzazioni in Italia, rimandate di una decina d’anni. Per un decennio ancora i partiti di governo hanno mantenuto saldo il loro potere su imprese d’ogni tipo, da cui spremevano denaro, poltrone, clientele. E la salute dei conti pubblici è peggiorata, fino all’orlo della bancarotta dello Stato. Soltanto Mani pulite, nel 1992-93, e la necessità di entrare in Europa hanno sbloccato la situazione e salvato il Paese. Le Sue dichiarazioni al tribunale, dunque, non si conciliano affatto (domanda 1) con una veritiera ricostruzione dei fatti.

Altre domande, altre risposte. Una volta messi in fila gli avvenimenti realmente accaduti, e non quelli evocati da ricostruzioni di comodo, appare immediatamente chiaro anche perché negli ultimi mesi il fronte berlusconiano si sia tanto agitato attorno al fascicolo 9520. Come Lei ben sa, si tratta dell’ormai famoso fascicolo aperto dalla procura della Repubblica di Milano a metà degli anni Novanta, all’inizio dell’indagine sulle toghe sporche romane. La sua storia è simile a quella del mitico «fascicolo virtuale» di Mani pulite: la procura apre un fascicolo su un argomento ampio e i magistrati vi inseriscono ogni atto d’indagine che riguarda quell’argomento; poi – quando un filone si definisce, le imputazioni prendono forma e gli imputati acquistano un nome – il filone viene «stralciato», con un nuovo numero di fascicolo, e diventa un processo. Il processo Sme, per esempio, è uno di questi stralci, Imi-Sir un altro.

Ora, Lei e Previti sostenete che nel famoso fascicolo 9520 sono occultate prove fondamentali che dimostrerebbero la vostra innocenza. In realtà dentro quel faldone segreto, se c’è qualcosa, è qualcosa che si riferisce ad altri episodi di corruzione dei giudici romani, ad altre sentenze comprate, eventualmente ad altri magistrati in vendita al miglior offerente.

La procura di Milano ha affrontato processi soltanto nei casi (tre) in cui è riuscita a raccogliere prove che ha considerato solide, in cui ha ottenuto riscontri e documenti bancari dall’estero. Ma gli indizi sono molto più numerosi, il sistema di corruzione del palazzo di Giustizia di Roma ben più articolato di quanto finora non sia emerso. Lo dice un testimone privilegiato, tanto più attendibile in quanto interno a Forza Italia ed ex sottosegretario all’Interno nel Suo governo, l’avvocato Carlo Taormina, che nel 1996 dichiara pubblicamente: «Quella che sta venendo alla luce è solo una minima parte del marcio che si è sedimentato oltre ogni limite a Roma».

Se è vero ciò che dice Taormina, allora un certo numero di persone è da tempo in grande allarme, perché ancora non sa che cosa la procura di Milano sa. Poiché il fascicolo 9520 è segreto, neppure noi sappiamo che cosa contenga. Ma sappiamo ciò che già è emerso nei processi: per esempio, la storia di Enrico Manca. Nulla di penalmente rilevante, s’intende, ma un bell’esempio, molto significativo, di come andavano (vanno?) le cose in Italia.

Dirigente del Psi, Manca dal 1986 al 1992 ha guidato, come presidente, la Rai. In quegli anni ha scritto la parola fine alla durissima competizione di mercato con i concorrenti della Fininvest, arrivando a quella che è stata chiamata la pax televisiva. Ora, nell’udienza del 28 marzo 2001 del processo Sme, Manca è stato chiamato a testimoniare, sulla base di alcuni documenti raccolti proprio nel fascicolo 9520. Che cosa gli ha chiesto il pubblico ministero Ilda Boccassini? Dei suoi stretti rapporti con Cesare Previti, che per Manca, presidente della Rai, rappresentava pur sempre il «nemico», essendo uno dei più importanti avvocati della concorrenza Fininvest. Eppure ciò non ha impedito non solo numerosi e amichevoli incontri tra i due nel salotto di casa Previti, ma neppure la strana gestione di un tesoretto: sì, Previti, avvocato del «nemico», gestiva (come fosse un banchiere privato) il conto in Svizzera (in quegli anni illegale) del presidente della Rai.

Sul tesoretto di Manca, Previti (quasi sempre attraverso l’avvocato Pacifico) fa affluire negli anni molti soldi: 180 milioni di lire nel 1989, 163 milioni nel 1990, 600 milioni nel 1992, 70 milioni nel 1993. Soldi personali, garantisce Manca, non della Fininvest. Il conto in Svizzera Previti-Manca sarà chiuso in tutta fretta il 18 marzo 1996: cinque giorni dopo l’arresto del giudice Squillante.

Ilda Boccassini pone al teste Manca una domanda anche sulla vicenda P2. Sì, perché il nome di Manca era negli elenchi di Gelli, ma nessuno oggi può scrivere: «Manca era piduista». Lo impedisce una sentenza del 1985, che dichiara Manca estraneo alla loggia segreta. Suo avvocato in quella causa era Cesare Previti. Il giudice che emise la sentenza era Filippo Verde (lo stesso accusato di aver venduto la sentenza Sme).

Oggi Manca presiede un fantomatico istituto che documenta «l’innovazione multimediale». Recentemente ha dichiarato al Corriere della sera di considerare le contestazioni alla legge Gasparri sulle tv «una battaglia di retroguardia: non si può mettere le brache al mercato per combattere Mediaset».

No, non si può. Ma è proprio al mercato che sono state messe le brache, anzi la camicia di forza, in decenni di predominio berlusconiano imposto dalla politica: dal decreto di Craxi alla pax televisiva di Manca, fino alla Gasparri e al suo digitale all’italiana.

Signor presidente del Consiglio, c’è qualcosa che vorrebbe smentire, correggere, specificare, aggiungere?

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