Se è lo Stato a fare b-i-n-g-o!
Mario Portanova
Diario: Anno XIII - numero 3 - 1/14 Marzo 2008
Doveva essere il nuovo divertimento della famiglia italiana e, invece, è diventato nell’immaginario nazionale sinomimo di clamoroso flop. E negli ultimi mesi è stato spesso associato a vicende di mafia e di riciclaggio. Comunque sia, non c’è nulla come entrare in una sala bingo per sentire parlare male del bingo. «Ah, è la prima volta che vieni? Hai fatto male, sei rovinato», avverte il vicino di tavolo, un signore con i baffi bianchi che ha passato i cinquanta e mostra di saperla lunga. Certo c’è qualcosa di innaturale nell’aria, e non è solo il fumo che pizzica le narici non più abituate. È che sono le nove del mattino di un martedì di dicembre, nella sala bingo Re di Roma, la più grande d’Italia, e non ti aspetteresti di vedere già decine di giocatori che ritmano la prima colazione con i numeri di questa tombola compulsiva importata dagli Stati Uniti. Sono soprattutto donne sopra i cinquant’anni, una di loro si è data appuntamento con la figlia trentenne, come si farebbe al bar. Ai tavolini tondi in finto marmo bordeaux siedono parecchi anziani ma anche uomini in età da lavoro, come si diceva una volta, dai quarant’anni in su. Il bingo Re, vicino a piazza Re di Roma nel quartiere Appio, fa gli orari di una latteria e di una discoteca messe assieme: dalle otto e mezzo del mattino alle quattro di notte, da lunedì a domenica. Il servizio è garantito anche a Natale e alla Vigilia, ma della tombola che si gioca in famiglia nei giorni di festa il bingo conserva soltanto le regole: cartelle da 15 numeri compresi tra uno e novanta, da segnare, se estratti, con un pennarello nero invece che con il tradizionale fagiolo (bean in inglese, da cui bingo). La differenza è che qui non c’è tempo per commenti e battute (tipo il classico: «77, le gambe delle donne»). Viene estratto un numero ogni due o tre secondi, devi essere concentrato come un chirurgo, una partita dura circa tre minuti, poi un breve break per comprare le nuove cartelle e via di nuovo, a raffica.
«Il bingo in Italia è stato un flop», dicono tutti. Non è esattamente così. Anzi, sono in arrivo diverse novità che faranno discutere. La prima è il bingo online, che significa poter giocare dal computer di casa, dal telefonino o dalla tv interattiva a qualunque ora del giorno e della notte, puntando fino a 5 euro a partita. La seconda è il bingo interconnesso o telematico, dove il giocatore della singola sala gioca in collegamento con altre, allettato da un montepremi più alto. Il bingo on line, previsto dalla prima finanziaria approvata dal governo Prodi nel 2006, partirà quest’anno. Manca solo un ultimo decreto attuativo dei Monopoli di Stato, l’amministrazione del ministero dell’Economia a cui fanno capo i giochi. Le grandi aziende che da anni operano nelle scommesse in rete, come Lottomatica, Sisal, Snai ed Eurobet, hanno la tecnologia, l’esperienza e corposi database di clienti, e vorrebbero perciò partire subito. I gestori più piccoli chiedono invece la precedenza per l’interconnesso e più tempo per prepararsi a fronteggiare i big sul ricco business dell’online. Infine, entro un anno le sale bingo potranno mettere in funzione le Newslot2, nuove slot machine già omologate dai Monopoli che promettono premi fino a 100 euro, rispetto ai 50 attuali, con partite da 1 euro invece che da 50 centesimi.
Certo, le magnifiche sorti immaginate ai tempi del governo D’Alema non si sono realizzate. Era la fine del millennio, si parlava di «Ulivo mondiale» con Bill Clinton, Tony Blair, Gerhard Schroeder, Lionel Jospin… L’imperativo, anche per i governi di centrosinistra, era tagliare le tasse. Da qui l’idea di recuperare gettito fiscale attraverso i giochi di Stato. Nel 1994 erano nate le lotterie istantanee (i «Gratta e Vinci»), nel 1995 erano spuntate le prime sale scommesse per gli eventi sportivi, nel 1997 aveva debuttato il Superenalotto. Il Bingo veniva istituito nel 2000, mentre la legge finanziaria apriva le porte di bar e sale giochi ai videopoker.
Il progetto iniziale del bingo prevedeva ottocento concessioni per altrettante sale in tutta Italia, ma le prime 420 assegnate nel 2001 si rivelarono «sovrabbondanti». I primi anni furono neri, per attrarre più giocatori fu abbassato a 50 centesimi il prezzo minimo delle cartelle e furono introdotti nuovi premi come il superbingo o il bingo oro. Nel 2003 ci si mise anche il divieto assoluto di fumare nei locali pubblici, distastroso perché sigaretta e azzardo sono una coppia a suo modo felice. I gestori dovettero provvedere a costosi impianti di aerazione e allo sdoppiamento delle sale. Oggi le concessioni attive sono 337 ma le sale funzionanti soltanto 285. Quaranta di queste, spiega Vincenzo La Ventura, presidente dell’Associazione concessionari bingo (Ascob), «hanno potuto riprendere l’attività nel 2007 soltanto grazie all’introduzione delle slot machine», altro provvedimento di stampo diessino, contemplato dal decreto firmato nel 2006 dal ministro per lo Sviluppo economico Pier Luigi Bersani.
«Nell’anno appena chiuso», dice La Ventura, «il nostro settore ha fatturato 1,75 miliardi di euro, quasi quanto il decantato superenalotto e il quadruplo dei quattro casinò italiani messi insieme. Altro che flop: la crisi c’è stata nei primi anni perché troppe concessioni sono finite in mano a operatori inesperti.» Oggi dominano i grandi gruppi: l’italiano Hbg ha circa quaranta sale, gli altri due big sono gli spagnoli Cirsa e Codere. Il trifoglio verde, logo di Codere, sovrasta anche la reception del bingo Re di Roma.
Alle nove di questo strano martedì mattina le cartelle vendute sono 54 e il montepremi del bingo è di 25 euro – informano i display onnipresenti in sala – da dividere equamente in caso di più vincitori. Le banconote si trasformano in monete, le monete in cartelle, le cartelle per lo più in carta straccia che le hostess in divisa azzurra passano a ritirare insieme alle tazzine sporche. Una cartella costa 1 euro, in alcune partite 1 euro e 50 centesimi, 3 euro è il massimo fissato per legge. I numeri sono incolonnati per decine, così si possono controllare facilmente quattro o cinque cartelle per partita, sborsando ogni volta 5 o 6 euro. C’è persino la possibilità di farsi portare al tavolo un piccolo computer che fa tutto da solo e acquistare un numero illimitato di cartelle. Dato che ogni partita si brucia in pochi minuti, un martedì mattina passato alla sala bingo può costare molto caro. In circa tre ore di gioco, andandoci cauti e prendendosi qualche pausa, spendiamo 46 euro e 50 centesimi. La gente seduta sulle poltroncine azzurre del bingo Re non ha l’aria di nuotare nell’oro. Sono le persone che a quella stessa ora normalmente incontreresti al mercato, sull’autobus, in fila alla Asl. In Italia mezzo milione di persone frequentano le sale bingo «in maniera sistematica», stimano i Monopoli di Stato, un altro mezzo milione ci capita ogni tanto. È curioso sentire come i giocatori ripetano pari pari le parole pronunciate di solito dai fustigatori dell’azzardo. «Ci sono i pensionati che si giocano tutto», dice indignato un uomo sui quaranta, che però è tutta la mattina che compra quattro o cinque cartelle alla volta e del gioco conosce ogni regola e ogni rito. Il signore vicino annuisce grave. Pochi minuti prima aveva detto: «Ho già perso troppo ieri, oggi gioco soltanto 25 euro». La ragazza sudamericana seduta di fronte non partecipa alla conversazione e resta concentrata sulle cartelline. Tanto si tratta di conversazioni monche, soprattutto quando esulano dalle questioni di gioco. A un certo punto si parla di figli, «i piccoli sono problemi piccoli, i grandi sono problemi grandi», sospira una signora, ma prima che qualcuno possa aggiungere il proprio contributo la voce della speaker esce dagli altoparlanti e tutta la sala ammutolisce all’istante: «Primo numero, 23».
Da quel momento nessuno si azzarda più a parlare, l’occhio scorre dall’alto in basso assieme al pennarello, se ti distrai su un numero è finita, perdi il ritmo, vai in tilt e la partita è andata. La speaker siede a un desk sottovetro pieno di computer, vicina al bussolotto dorato che dispensa le palline con i numeri. Si interrompe solo quando qualcuno grida: «Cinquina!». Per la verità non è quasi mai un grido vero e proprio, è più un mormorio ad alto volume. Giusto il tempo di sancire il punto (tanto è tutto informatizzato e lo speaker si accorge che la cartella numero 5623 ha vinto, ancora prima del suo proprietario) e si ricomincia. Il grido «bingo» è un po’ più deciso, ma siccome, oltre alla vincita del singolo decreta la fine della partita e la sconfitta di tutti gli altri, si lascia dietro un’eco strascicata di lamenti. Alle undici e mezza il gioco è animato: in sala ci sono circa cento persone, per la prossima partita sono state vendute 254 cartelle, perciò il montepremi sarà di 14 euro per una cinquina e di 112 per il bingo.
Lo Stato i suoi soldi li ha già incassati, in anticipo. Ogni sala, infatti, compra dai Monopoli le cartelle che distribuirà ai clienti, pagandole il 23,8 per cento del loro valore. Su una cartella da 1 euro, quindi, il guadagno è così ripartitito: 23,8 centesimi allo Stato, 58 centesimi al montepremi, i restanti 18,2 alla concessionaria che gestisce la sala. Una volta pagati i dipendenti e tutto il resto, la società versa le tasse sull’utile realizzato. In più ogni concessionaria, prima di avviare l’attività, deve presentare ai Monopoli, come garanzia, una fidejussione bancaria di 516 mila euro, pari al vecchio miliardo di lire (le associazioni di categoria si sono però ribellate, spingono per fare eliminare questo passaggio e potrebbero riuscirci nel famoso decreto «milleproroghe»). Lo Stato, insomma, è messo meglio del banco del casinò: vince sempre. Nel 2007 il solo bingo ha fruttato all’erario 345 milioni di euro, pari per esempio a un anno di investimenti dell’Anas in strade e autostrade. In totale, il gioco d’azzardo legale ha fatturato oltre 42,2 miliardi di euro (il 20 per cento in più del 2006) e ne ha portati nelle casse pubbliche 6 miliardi e 7,2 miliardi. Lotto, Superenalotto, Lotterie, scommesse sportive e ippiche, bingo e «apparecchi da intrattenimento» valgono da soli due punti di Pil e un terzo dell’ultima manovra finanziaria.
Non si è arricchito solo lo Stato. Il bingo è stato, soprattutto all’inizio, un business «rosso». Fino a un anno e mezzo fa il consigliere delegato della Codere Italia, proprietaria tra l’altro della sala bingo Re, era Vittorio Casale, grande immobiliarista legato a Giovanni Consorte, il presidente di Unipol travolto dalla vicenda dei «furbetti del quartierino». La parte del leone nelle concessioni, e, soprattutto, nella consulenza alle aziende che volevano ottenerne una, la fece Formula Bingo, creatura finanziata da Roberto De Santis, l’imprenditore pugliese che ha venduto a Massimo D’Alema la barca a vela Ikarus. A buon conto Formula Bingo, poi finita rapidamente in liquidazione, era presieduta da Enzo Scotti, l’ex ministro dell’Interno democristiano. La febbre partì dal centro e pervase la periferia. A Firenze e a Piacenza un paio di case del popolo si convertirono al nuovo business e vissero alterne fortune. Nella rossa Romagna tentarono l’avventura storiche sale da ballo come il Baccarat di Lugo e il Bul Bul di Castrocaro Terme. E oggi? «Nel bingo ci sono tutti i partiti», taglia corto il presidente La Ventura. I grandi supporter politici però restano rossi: Giovanni Sernicola, direttore del centro studi Nens di Vincenzo Visco e Pier Luigi Bersani, è noto nell’ambiente come «il signore dei giochi»; il diessino Alfiero Grandi è il sottosegretario all’Economia che ha la delega in materia. I parlamentari diessini Franco Tolotti e Rolando Nannicini sono molto vicini agli operatori dell’azzardo. E i nemici? In parlamento sono soprattutto due: Teodoro Buontempo, da poco approdato a La destra di Francesco Storace, e Massimo Polledri della Lega nord. A dire il vero, due leghisti importanti si erano lanciati nel business: Maurizio Balocchi, ex sottosegretario all’Interno, con la Bingonet ed Edouard Ballaman, ex questore della Camera dei deputati, con la Cristallina. Sono fallite entrambe.
Eppure chi ci sa fare guadagna un sacco di soldi. «La sala Bingo Boys di Teverola, un paesino di ottomila abitanti vicino a Caserta, incassa tre milioni e mezzo di euro al mese con il bingo e duecentomila con le slot machine», spiega La Ventura, proprietario di tre sale e in procinto di acquisirne altrettante. «Al nord succede il contrario, le slot incassano sempre più del bingo.» Questo fitto giro di contanti attrae anche Cosa Nostra. Negli ultimi mesi sono state sequestrate due sale a Palermo e provincia. Secondo la procura, la villa con piscina di Portella di Mare che accolse Bernardo Provenzano dopo l’intervento chirurgico di Marsiglia era stata acquistata con i proventi del bingo Enterprise, riconducibile alla famiglia Mandalà di Villabate. L’altra sala sequestrata, nell’ambito delle indagini sul boss Nino Rotolo, si chiama Las Vegas. Il Sole 24 Ore, il 15 e il 16 gennaio, ha pubblicato un’inchiesta di Claudio Gatti sul riciclaggio di denaro sporco nelle sale da gioco gestite dallo Stato, in particolare le sale scommesse. Parlano di bingo i capimafia Salvatore e Sandro Lo Piccolo. In un pizzino sequestrato prendono di mira la sala Millionaire aperta da un imprenditore siciliano a Moncalieri, in provincia di Torino, e vogliono fare sapere ai calabresi (la ’ndrangheta è dominante in tutto il Piemonte) «che ci dobbiamo mettere le mani noi e non loro». A Giuseppe Forello, il giovane imprenditore fuggito da Palermo proprio per sottrarsi al giogo del pizzo, arriva una richiesta di settecento mila euro. Lui sceglie di rivolgersi alla polizia e gli esattori dei Lo Piccolo finiscono in manette.
I soldi che girano sono davvero tanti. Alle nove del mattino giocano le avanguardie degli irriducibili, ma il sabato sera al bingo Re di Roma è come essere in discoteca: i mille posti sono tutti pieni e c’è la coda fuori. Nel gennaio
2007 è stato assegnato un bingo da oltre seimila euro, in una partita per la quale erano state vendute 4.170 cartelle. Il palazzetto beige, un ex centro commerciale, è incastonato tra i palazzi di via Cerveteri e via Pomezia, i cui inquilini avevano formato un comitato di protesta contro il rumore e il caos provocati da questo supermarket dell’azzardo aperto dalla mattina presto fino a notte fonda. Il comitato fu zittito da Codere a suon di denunce e oggi il quartiere si è rassegnato. A chi ha le finestre proprio sopra l’ingresso del bingo Re non resta che ostentare una livida insofferenza per le sorti di numeri, cartelle e monetine: «Non ci sono mai entrata e non ci entrerò mai», dice una residente, «mi vergogno anche solo ad avvicinarmi».
All’una le cartelle vendute sono 606, le persone in sala circa duecento e il montepremi è arrivato a 449 euro. Sui tavoli in finto marmo arrivano i maccheroni al sugo per tutti. Gratis, come la bibita che li ha preceduti. In alternativa c’è un menu ricco e non particolarmente costoso per pranzo e cena. Il bingo Re non specula su cibo e bevande, anzi. Tutto è funzionale a tenerti incolllato alla poltroncina azzurra dove le banconote diventano monete, le monete cartelle e le cartelle solo in rari casi ridiventano banconote. Tutto è studiato per farti giocare il più possibile, il business è quello. Prendete per esempio il grappolo di slot machine che si trova all’ingresso, a destra della reception. Funzionano con monete da 50 centesimi e da 1 euro. Ci sono un paio di macchinette che cambiano le banconote in moneta, ma, sorpresa, disdegnano i 5 euro. Se vuoi giocare devi cambiarne almeno 10. Non solo. Il display ti informa che la macchinetta te li restituirà in otto monete da 1 euro e quattro da 50 centesimi: il tasto per scegliere altre opzioni è bloccato. Facile immaginare che quegli euro interi finiranno così come sono nelle fessurine metalliche delle slot. Sembrano briciole, ma moltiplicate per migliaia di giocatori diventano montagne di soldi. Le macchinette cambiano anche le banconote da 50 euro e a buon conto sono affiancate da un chiosco bancomat.
A breve, con l’arrivo dell’online, non ci sarà più bisogno né del bancomat né delle macchinette. «Il gioco d’azzardo è stato per secoli una cosa da ricchi. Dalla metà degli anni Novanta si è diffuso sul territorio, nei tabaccai, nei bar, nelle sale scommesse. Ora cade l’ultima barriera, l’azzardo entra in casa, a disposizione di tutta la famiglia, adolescenti compresi. Ci manca solo che ti suoni alla porta un rappresentante di Lottomatica per proporti di mettere una slot machine in salotto.» Lo sfogo è di Rolando De Luca, psicoterapeuta che dirige da dieci anni il centro per ex giocatori d’azzardo di Campoformido, in provincia di Udine (www.sosazzardo.it). Ha aiutato centinaia di persone a uscire da una dipendenza rovinosa e continua a farlo ogni giorno, ma ormai ha rinunciato alla battaglia civile contro il gioco di Stato. «Di fronte a un fatturato che ha raggiunto i 41 miliardi di euro non mi faccio illusioni. È troppo tardi, la linea è varcata, la guerra è persa, siamo nella Berlino del 1945. Con l’assurdo che lo Stato gestisce l’azzardo e le modalità per uscire dalla sua patologia. È come se il cartello di Medellín aprisse comunità di recupero per tossicodipendenti.»
Questa strana mattinata di un martedì di dicembre sta per finire quando accade l’imponderabile: bingo! L’hostess accorre, controlla il numero della cartella, lo grida alla
speaker e, ottenuta la conferma, piazza sul tavolo una specie di scettro in similcristallo visibile da tutta la sala e comunica al fortunato l’entità della vincita: 184,32 euro.
I soldi arrivano in contanti sparpagliati su un vassoio d’argento (o similargento?). I vicini si felicitano e forse un po’ commiserano lo sventurato principiante che ora si illuderà di poter sfidare impunemente la sorte e invece resterà invischiato nella ragnatela. Come nei casinò veri, esiste un bon ton del vincitore: qualche moneta di mancia alla hostess e cartelle pagate a tutto il tavolo per la partita successiva. Il gesto viene accolto dai più con un ammiccante «a buon rendere». Magari domattina.

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